Una recensione a “Benvenuti a Villainquieta”

Una bellissima recensione di Katia Ostanel, che ha già pubblicato sul suo blog e che qui riporto. Grazie Katia!

Quando ero piccola leggevo un libro via l’altro. Leggevo a letto, sul divano, nei boschi e nell’armadio. Ho fatto corse a perdifiato con Zanna Bianca, sono stata una delle piccole donne, ho navigato ventimila leghe sotto i mari, sono stata nell’orfanotrofio ad aspettare Papà Gambalunga ed ho giocato con i ragazzi della via Pal. Ho girato il mondo in ottanta giorni, ho combattuto con Re Artù e mi sono dondolata sugli alberi della foresta con Mowgli. Era bello smarrirsi così, farsi risucchiare completamente dalle parole, dalle avventure, perdersi, trasformarsi e riemergere differentemente uguale. Ora che sono cresciuta (in un certo senso) quello che leggo è mutato in relazione alle esperienze, al gusto, agli interessi e spesso mi ritrovo a rileggere più volte volumi ormai usurati dalle mie sottolineature, dalle mie domande, dai miei occhi. E se a volte, per bisogno di magia, mi assaporo qualche pagina di Rodari e danzo sulle sue rime per dimenticare l’età anagrafica, era tanto che non leggevo un libro per ragazzi.
L’occasione mi si è presentata con “Benvenuti a Villainquieta” perchè l’autore ( e su queste parole gonfio il petto piena d’orgoglio) è Paolo Perlini, un mio carissimo amico. Ora, dopo aver letto queste ultime parole starete tutti pensando: “E certo che adesso parla bene del libro, è amico suo, cosa vuoi che dica, che non è bello?”. Avete ragione sul fatto che ne parlerò bene, ma non per un  servilismo al quale mi potrei sentire costretta per rispetto del rapporto che ho con Paolo (o Pani, per gli amici). “Benvenuti a Villainquieta” non ha bisogno di salamelecchi forzati,  di pareri forzatamente positivi, di inutili ossequi. Perchè, semplicemente, è bello.

Io non sono una critica letteraria. Quando ero una giovane ragazza piena di belle speranze, volevo diventare critica cinematografica, ma nel momento in cui i sogni hanno lasciato il posto alla realtà mi sono costruita un mio personalissimo modo di giudicare se una cosa mi piace o no. Nel caso della musica, ad esempio, deve venirmi la pelle d’oca. Se non mi viene, quello che sto ascoltando non mi ha suscitato grandi emozioni. Mi piacciono i film quando mi fanno piangere come la fontana di Trevi (sono masochista, lo so) e mi piace una fotografia se riesce a raccontarmi una storia. Mi piace un quadro se riesco a comprenderlo e mi piace un libro, un racconto, se mi fa viaggiare. E’ certo un modo riduttivo di porsi nei confronti di qualunque forma d’arte, ma è un giudizio di pancia, totalmente sincero, completamente sentito che chi mi conosce riesce anche a comprendere ed apprezzare.
Mentre leggevo “Benvenuti a Villainquieta” ho pensato a due persone: Sergio Leone e Tolkien. Perchè questo, che in teoria nasce come racconto per ragazzi, è in realtà una piccola sceneggiatura da film western: c’è un piccolo villaggio, ci sono sceriffi e banditi, c’è la polvere della terra e gli allevamenti del bestiame. C’è il barbiere, il sarto, il parroco del paese. Ci sono tutti gli elementi costituenti del più classico film alla Sergio Leone. Ti aspetti che da un momento all’altro si arrivi alla sparatoria davanti al saloon. Ma, essendo appunto un racconto per ragazzi, la violenza qui è solo sussurrata, accennata (meraviglioso il passaggio in cui il cattivo del villaggio, per far capire che vuole essere lui a comandare, va a rovesciare tutti gli animali degli altri cittadini: rovesciare, ho detto, badate bene, non uccidere). Insomma, se posso dare un consiglio spassionato: leggetelo con Morricone in sottofondo.
E poi ho pensato a Tolkien per i nomi dei personaggi: Gustavo Abbracciavento, Otello Buttacavoli, Geremia Ingannamorte, Jonata Gonfiacani e tanti altri mi hanno di colpo proiettata nell’universo della Terra di Mezzo, dove trovavi nomi come Thorin Scudodiquercia e tanti altri onomatopeici, proprio come quelli di Villainquieta.
Anche se, devo dirvelo: il mio personaggio preferito rimane il caprone di Jonata.
Ho fatto un viaggio, leggendo questo racconto. Ed era un bel viaggio. Ero lì, con tutti loro, a cercare di capire chi era Johnny Dream, da dove arrivava, dove sarebbe andato. E per un attimo sono tornata la bambina che si chiudeva nell’armadio per leggere in segreto storie di uomini, di mondo e, forse, anche un pò di me.

Per sapere tutto tutto su Johnny Dream cliccate qui e per continuare a seguirlo nelle sue avventure, non perdetevi anche il suo blog.
Un abbraccio e un saluto e tanti complimenti a Giulia, anche lei mia (nostra) cara amica, che ha disegnato la copertina per il primo (ed ho detto primo) successo del nostro Pani.

Katia

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